Passeggiata delle mura

Da Borgo Vittorio Veneto

Porta delle Scalette

Porta delle Scalette

 

Imboccato viale Armando Diaz, Percorretelo fino a Porta Nuova, l’unica delle porte treiesi che non si trovi a livello stradale: per questo popolarmente è detta Porta delle Scalette.
Potete scegliere tra tre passeggiate di diversa lunghezza.

 

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Passeggiata da Porta Nuova a Piazza della Repubblica
Passeggiata da Porta Montana a Piazza della Repubblica

 

 

 

Avete scelto di continuare per le Mura di ponente il che vi permetterà, tra l’altro, di scoprire un panorama che spazia dai Monti Sibillini al Mare Adriatico.
Superata Porta Nuova, ecco sulla destra un piccolo spiazzo e, subito dopo, Porta Garibaldi popolarmente detta Porta di Testa. Risale alla fine del 1300 quando è citata nei documenti dell’archivio storico conservato presso l’Accademia Georgica come Porta S. Egidio.
È una specie di innocua bocca spalancata per accedere, salendo la via omonima, alla meraviglia del profondo delle Strade Basse o all’armonia architettonica de La Rotonda e della sua piazzetta per arrivare, passando davanti al Teatro Comunale, alla magnifica Piazza della Repubblica.
Vale la pena, prima di proseguire, di imboccarla per pochi passi: sulla sinistra, una lapide e le due caratteristiche pietre ai lati dell’ingresso segnalano la casa in cui ha trascorso l’infanzia la scrittrice Dolores Prato, considerata tra le più brillanti penne al femminile del Novecento italiano ed autrice di diversi romanzi ambientati a Treia.
Proseguendo invece per la circonvallazione, verso la fine di viale Oberdan vedrete sulla sinistra i banchi d’arenaria che rendevano inattaccabili gli antichi castelli longobardi dell’Elce e dell’Onglavina e, sulla destra, un panorama che poche città possono offrirvi sullo sfondo del quale si ergono i resti dei castelli di Pitino e di Monte Acuto, meglio noto come La Roccaccia.
Ormai siete arrivati all’estremo lembo sud del paese, Piazzale Trento e Trieste: se volete indicazioni dai treiesi per arrivarci però, chiedete di San Marco.
Lo domina dall’alto quella specie di polena di prua che è la Torre dell’Onglavina, maestoso resto del castello cui i Longobardi hanno dato il nome di una loro principessa.
Aggirata la torre si aprono due possibilità: imboccare Porta Palestro e passeggiare fino alla piazza tra le bellezze artistiche ed architettoniche del Quartiere Onglavina o proseguire la Passeggiata delle Mura lungo Viale Cesare Battisti.

 

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Passeggiata da Porta Palestro a Piazza della Repubblica

 

 

 

Viale Cesare Battisti, inizio delle Mura di Levante, costeggia l’imponente mole del Monastero delle Visitandine, sede fino agli anni Cinquanta del secolo scorso di un prestigioso educandato riservato alle ragazze di buona famiglia provenienti da tutta Italia (nei documenti si leggono cognomi altisonanti come Manzoni) ed assurto a fama letteraria con il racconto Scottature ed il romanzo Le Ore, entrambi a firma della scrittrice Dolores Prato.
Sulla destra la passeggiata svelerà un panorama in cui, nei giorni in cui non c’è foschia, si arriva a cogliere il bagliore dell’Adriatico. Sulla sinistra invece si succedono rapidamente Porta Roma e l’antico convento di San Francesco con l’abside della chiesa omonima, strutture tra cui si apre l’ingresso del Museo Archeologico Luigi Lanzi. Siete già in viale Nazario Sauro e state per arrivare in vista di Porta Cassara, che prende il nome dalla fortezza cittadina del Cassero in cui venne tenuto prigioniero Corrado d’Antiochia, principe svevo protagonista di un sanguinoso assedio e di un clamoroso caso di corruzione nella Treia del Duecento.
Oltrepassando la porta, dopo esservi lasciati sulla sinistra il Teatro Comunale, girando a destra dopo pochi passi sarete in Piazza della Repubblica, tra le più scenografiche d’Italia.

 

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Passeggiata da Porta Cassara a Piazza della Repubblica
Passeggiata da Porta Cassara a Porta Palestro
Passeggiata da Porta Cassara a Borgo Vittorio Veneto

 

 

 

Imboccando la ripida discesa che vi trovate difronte invece, giungerete all’arena per il gioco del pallone col bracciale intitolata a Carlo Didimi, fuoriclasse treiese del gioco e patriota risorgimentale a cui Giacomo Leopardi ha dedicato la canzone “A un vincitore nel pallone”. Quello alla vostra sinistra è il muro di sostegno della piazza dove, durante le partite, i giocatori più esperti fanno rimbalzare il pallone per ottenere il cosiddetto “brillo” che lo rende difficilmente intercettabile.
Lasciata l’Arena Didimi, alla sinistra ecco l’imponente abside della Cattedrale alla quale potrete accedere percorrendo tutta la scalinata che la fiancheggia.
Proseguendo invece, mentre oltrepassate Porta Vallesacco date un’occhiata alle scanalature su cui scorreva la grata che ha intrappolato Corrado d’Antiochia nel corso della cruenta della battaglia che qui si è svolta nel 1263.
State per raggiungere rapidamente il punto di partenza, Borgo Vittorio Veneto, ma, prima di lasciare via Unità d’Italia, buttate le sguardo in alto alla vostra sinistra e vedrete incastonata nella porzione più antica delle mura treiesi Porta San Martino, posta sul punto più a nord del Centro Storico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Treia, città del gioco del Pallone col Bracciale

Disfida del Bracciale

La battuta

“Per il gioco del pallone ci voleva un muro. Macerata se l’era costruito tanto tempo prima che cadesse il papa, un muro interminabile, si chiamava lo Sferisterio perchè il pallone è una sfera.

A Treja c’era il muro, ma non fabbricato per il gioco, era il muro che sosteneva la più bella piazza pensile del mondo…

Da quel gioco del pallone era uscito un giocatore che se non era lui, era il diavolo; per la bravura di quel diavolo trejese, il recanatese Leopardi scrisse l’ode -A un vincitore nel pallone-. Quando giravo estasiata avanti ai banchi dei chincaglieri sotto le Logge… era il nome ad entrarmi di prepotenza negli occhi tanto era scritto grosso in una lapide: “Carlo Didimi” (Dolores Prato, “Giù la piazza non c’è nessuno”).

Vi prenderemo a… calcioni e polenta

polentaroTreia è testimonial illustre del bracciale grazie a Didimi e Leopardi, ma il bracciale non è l’unico dei suoi gioielli. In ogni periodo dell’anno non mancano proposte interessanti di soggiorno tra gusto, natura, arte e cultura.

San Marco

Giardini di San Marco

I giardini pubblici di Treia si chiamano Piazzale Trento e Trieste, ma non li troverete mai chiedendo di loro con questo nome ad un treiese. Per lui sono semplicemente San Marco, meta fissa delle passeggiate e delle chiacchierate ad ogni età. Uno spiazzo erboso, fiori, giochi, panchine e un panorama mozzafiato: è questo San Marco, come dice la scrittrice Dolores Prato nel suo capolavoro ambientato in città, “la prua del paese. Quello che in una nave è il castello di prora, lì era San Marco. Fa da spartiacque la punta del castello di prora, era uno spartispazio la punta di quel paese”.

Treia, terra del cuore e del sogno

Porta Vallesacco

Porta Vallesacco

“Sul crinale lungo e stretto, cominciava a settentrione un’antichissima porta, vecchie case salivano ripidamente sino alla spianata del palazzo vescovile strozzata dal duomo. Di lì, con bei palazzi, una strada larga saliva, se non proprio ripidamente certo con forte pendio, finché s’appianava sfociando nella Piazza del Municipio e del monumento aereo. Pianeggiante riappariva, si riapriva nella Piazzetta del Teatro: un salotto; si restringeva, si ramificava nell’irregolare fantastico spazio della Rotonda, precipitava a destra; a sinistra, quasi dritta, con breve discesa e breve salita arrivava allo spazio immenso davanti all’Ospedale: una sconfinata piazza d’aria, di luce, di vuoto; di lì s’entrava in qualche cosa che strade non erano, vicoli nemmeno; erano passaggi, scoscendimenti, fossi, tra scure casette accatastate; era la misteriosa Ojolina che finiva in uno slargo informe dove, oltre a un’interminabile scalinata per salire a un convento che lì pareva una montagna, e a un’antichissima porta del paese, c’era un po’ di tutto: salite, discese, casupole e casette, due chiese, due sagrestie, un pozzo e nessuna bottega.

Da quel basso ove affondava la pesantezza del duomo, sensibilmente o no, il crinale saliva sempre verso mezzogiorno; all’uscita da Ojolina, da quel sommosso slargo puntava per l’estrema, ardita, meravigliosa impennata della roccia che, spezzando di colpo il paese, protendeva al cielo il torrione di San Marco.

Fuori c’era uno spazio erboso sotto al torrione: una prua da cui si vedevano solo lontananze. Tra il torrione e lo spazio erboso si congiungevano le Mura. Si diceva così, ma mura non erano, erano strada: una strada bianca che girandogli attorno, conteneva il paese: le Mura di ponente e quelle di levante; ci si affacciava il dietro delle case e gli orti sui terrapieni… Non seppi mai che Treja fosse una città murata; che le Mura si chiamassero così perché giravano all’esterno dell’antica muraglia. Eppure qualche mozzicone lo vedevo, ma era un pezzetto di paese fatto a quel modo, non era un superstite; alcune case sorgevano come vegetazione muraria su qualcosa che poteva essere roccia o anche resti di muri amalgamati con i secoli.

Non supponevo il fascino delle rovine. La Torre di San Marco, per quanto mezzo diroccata, per me non era una rovina, era, dopo la Piazza, la cosa più bella del paese…”