Treia, terra del cuore e del sogno

Porta Vallesacco

Porta Vallesacco

“Sul crinale lungo e stretto, cominciava a settentrione un’antichissima porta, vecchie case salivano ripidamente sino alla spianata del palazzo vescovile strozzata dal duomo. Di lì, con bei palazzi, una strada larga saliva, se non proprio ripidamente certo con forte pendio, finché s’appianava sfociando nella Piazza del Municipio e del monumento aereo. Pianeggiante riappariva, si riapriva nella Piazzetta del Teatro: un salotto; si restringeva, si ramificava nell’irregolare fantastico spazio della Rotonda, precipitava a destra; a sinistra, quasi dritta, con breve discesa e breve salita arrivava allo spazio immenso davanti all’Ospedale: una sconfinata piazza d’aria, di luce, di vuoto; di lì s’entrava in qualche cosa che strade non erano, vicoli nemmeno; erano passaggi, scoscendimenti, fossi, tra scure casette accatastate; era la misteriosa Ojolina che finiva in uno slargo informe dove, oltre a un’interminabile scalinata per salire a un convento che lì pareva una montagna, e a un’antichissima porta del paese, c’era un po’ di tutto: salite, discese, casupole e casette, due chiese, due sagrestie, un pozzo e nessuna bottega.

Da quel basso ove affondava la pesantezza del duomo, sensibilmente o no, il crinale saliva sempre verso mezzogiorno; all’uscita da Ojolina, da quel sommosso slargo puntava per l’estrema, ardita, meravigliosa impennata della roccia che, spezzando di colpo il paese, protendeva al cielo il torrione di San Marco.

Fuori c’era uno spazio erboso sotto al torrione: una prua da cui si vedevano solo lontananze. Tra il torrione e lo spazio erboso si congiungevano le Mura. Si diceva così, ma mura non erano, erano strada: una strada bianca che girandogli attorno, conteneva il paese: le Mura di ponente e quelle di levante; ci si affacciava il dietro delle case e gli orti sui terrapieni… Non seppi mai che Treja fosse una città murata; che le Mura si chiamassero così perché giravano all’esterno dell’antica muraglia. Eppure qualche mozzicone lo vedevo, ma era un pezzetto di paese fatto a quel modo, non era un superstite; alcune case sorgevano come vegetazione muraria su qualcosa che poteva essere roccia o anche resti di muri amalgamati con i secoli.

Non supponevo il fascino delle rovine. La Torre di San Marco, per quanto mezzo diroccata, per me non era una rovina, era, dopo la Piazza, la cosa più bella del paese…”

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